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Bandiera palestinese al Rifugio Prospero Marchetti, la Sat ne chiede la rimozione

Martedì 18 Agosto - 11:40

È una bandiera palestinese che sventola a oltre duemila metri, sul Monte Stivo. È quella esposta al Rifugio Prospero Marchetti, storica struttura della Società degli Alpinisti Tridentini. E ora è diventata un caso arrivato ai vertici della SAT.

Il rifugio, dedicato a Prospero Marchetti, fondatore e primo presidente della società, è oggi gestito da Alberto Bighellini. La presidenza della SAT gli ha chiesto formalmente di rimuovere la bandiera. Il motivo, spiega il presidente Cristian Ferrari, non è giudicare le convinzioni personali del gestore, né entrare nel merito della tragedia di Gaza. Il problema, secondo la SAT, è di rappresentanza: un simbolo esposto all’interno di una struttura dell’associazione può essere percepito come una presa di posizione della SAT stessa.

Ma Bighellini non intende rimuoverla. «Non toglierò la bandiera della Palestina. Per me non è un gesto politico, ma un segnale di solidarietà verso un popolo che non ha voce», ribadisce il gestore. E si augura che la vicenda possa trovare una soluzione amichevole. Quel rifugio, spiega, è la sua vita: il luogo nel quale ha investito tutto.

Da una parte, dunque, le regole di un’associazione che vuole mantenere distinta la propria identità dalle posizioni individuali. Dall’altra, un gestore che rivendica il diritto di esprimere, attraverso quella bandiera, una solidarietà personale verso i civili palestinesi.

E c'è un elemento che rende la vicenda ancora più simbolica. Lo stesso rifugio nasce, all'inizio del Novecento, anche dentro un contesto di forte confronto politico e identitario: la SAT racconta che la sua costruzione fu accelerata per contrastare le mire pangermanistiche sullo Stivo. Oggi, più di un secolo dopo, la montagna torna così a confrontarsi con ciò che accade nel mondo.

La domanda non è soltanto se quella bandiera debba essere tolta. È se un gesto di solidarietà verso un popolo colpito dalla guerra debba necessariamente essere letto come una posizione politica, oppure se possa semplicemente restare — anche a duemila metri — un gesto umano.


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