Nel panorama italiano del lavoro irregolare, il Trentino-Alto Adige si distingue per livelli inferiori alla media nazionale. A dirlo la CGIA di Mestre. Secondo i dati del 2023, la Provincia autonoma di Trento registra un tasso di irregolarità del 7,9%, mentre la Provincia autonoma di Bolzano si ferma al 6,9%, contro una media italiana del 10%. Anche l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro nero risulta contenuta: 3,2% a Trento e 2,9% a Bolzano. Tra tutte le regioni italiane, la situazione peggiore si registra in Calabria, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 17,9% e il lavoro nero produce l’8,3% del valore aggiunto regionale. All’estremo opposto si colloca la Provincia autonoma di Bolzano, che presenta il tasso di irregolarità più basso d’Italia e una delle minori incidenze economiche del fenomeno. Questi dati evidenziano come il Trentino-Alto Adige si comporti meglio rispetto al resto del Paese. Tuttavia, il fenomeno non è del tutto assente e coinvolge oltre 21.000 lavoratori irregolari sia a Trento che a Bolzano, per un totale in regione di 43.500. I settori più esposti restano quelli legati al turismo, all’agricoltura stagionale e ai servizi alla persona. Secondo la CGIA, le cause principali del fenomeno sono la povertà, la precarietà lavorativa, l’immigrazione irregolare, la forte richiesta di manodopera a basso costo e la presenza di settori con minori tutele, come agricoltura, edilizia, assistenza domestica e logistica. In alcuni casi il lavoro nero si trasforma in caporalato, una forma di sfruttamento che colpisce soprattutto i lavoratori stranieri e più vulnerabili.